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«Veltroni? Mima Berlusconi - Sinistra, interpreta tu la crisi»

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Intervista a Marco Revelli
di Anubi D'Avossa Lussurgiu
Liberazione, 22 marzo 2008

Marco Revelli, accadono cose strane nella borghesia intellettuale italiana: il "Corriere della Sera" dedica ogni giorno i suoi intellettuali all'apologia del liberismo, anzi del capitalismo, come fosse sotto minaccia. E Sartori addirittura, per esorcizzare il fantasma della lotta di classe proprio come vuole Veltroni, evoca quello di Stalin dietro le parole di Bertinotti. Qualcosa ci è sfuggita, forse in queste elezioni sta per vincere la sinistra alternativa? O c'è dell'altro?
Sartori è uno scienziato per bene ma è abituato a guardare alto; e forse per questo non ha sentito per questo con precisione i termini del discorso politico di Bertinotti che stigmatizza. Immagina che sia la riproposizione del linguaggio del socialismo reale, della vulgata sovietica. Invece non c'entra niente. In realtà, basterebbe leggere le pagine di Luigi Einaudi per capire il significato e il valore del conflitto sociale. Non c'è bisogno di attribuire intenzioni veterostaliniste, basterebbe il liberalismo classico.

In che senso i "liberali" d'oggi abbandonano il liberalismo democratico negando la lotta di classe?
Se si prendono in mano "Le lotte del lavoro" di Einaudi si capisce che si tratta d'un antagonismo genetico alla società moderna e al processo produttivo che è a sua volta il prodotto di un conflitto fisiologico tra forze diverse. Che si chiama conflitto di classe. E' possibile che Veltroni non l'abbia mai letto, è possibile che Sartori a sua volta l'abbia dimenticato. Ma immaginare una società senza conflitto non significa essere liberali, significa essere corporativi. Il discorso che risuona oggi tra Milano e Roma, tra via Solferino e il "Loft", ricorda più il patto di Palazzo Vidoni tra Mussolini e gli industriali che non il liberalismo democratico, minoritario in Italia ma importante, da Einaudi a Gobetti. L'idea di mettere non in quanto persone ma in quanto simboli l'imprenditore e l'operaio nella stessa lista politica e dare a ciò un connotato politicamente simbolico richiama lo spirito corporativo: non è nemmeno l'interclassismo democristiano, che li avrebbe posti nella stessa lista come individui generici, al più come cattolici democratici, non certo in quanto rappresentanti delle rispettive funzioni produttive... E' un dejà vu inquietante. A stupire è l'aggiunta di questo fuoco di sbarramento del principale quotidiano italiano contro la categoria del conflitto di classe: tanto da far pensare che abbia a che fare con un nervo scoperto.

Il fantasma non potrebbe essere, anziché la sinistra radicale, la radicalizzazione del conflitto sociale in una fase di crollo degli assetti dell'economia globale?
Sì, forse non c'entra con Bertinotti ma con la crisi incombente, con la consapevolezza che il neoliberismo selvaggio che ha distrutto anche il liberalismo classico non possiede gli strumenti per governare questa crisi. E d'altra parte è abbastanza tipico del dispositivo, per usare un termine foucaultiano, neoliberista il lavorare con un braccio a generare fisiologica instabilità - la società liquida di Baumann, la modernizzazione riflessiva di Giddens: lacerazione di legami, impianificabilità e improgettabilità - e con l'altro tentare di controllarli con mezzi premoderni...

Per ricorrere ancora a Foucault, un ricorso ai dispositivi disciplinari laddove il controllo incontra un limite... Già: tradizionalismo, autorità, caccia ai vagabondi. Meccanismi securitari duri, d'altri tempi.
Giorgio Agamben ha ricordato su "il manifesto" che tutto questo ha a che fare con l'egemonia del paradigma della "governamentalità", con il suo trascendere la crisi della democrazia rappresentativa in un modello che disconosce ogni conflitto e minaccia l'idea stessa di democrazia. Sono d'accordo, è la morte della democrazia. Oppure, è la cifra della pseudo-democrazia attuale. E uno come Sartori dovrebbe esservi sensibile, visto che è stato una grande critico della videocrazia: uno dei tratti tipici della quale è proprio la negazione del conflitto reale. Mentre la democrazia vera è gestione non distruttiva del conflitto sociale, idea di usarlo come motore di sviluppo civile. Alla legittimazione reale del meccanismo liberal-democratico classico che si basava sulla parlamentarizzazione del conflitto e sulla negoziazione e mediazione consensuale del conflitto, con le curve degli interessi che si incrociano determinando un equilibrio provvisorio, la videocrazia sostituisce come strumento autoritario di legittimazione il monopolio del racconto pubblico. Diventa discorso gestito dall'élite che si sovrappone al mondo reale e lo sostituisce. Il nemico di Sartori: ma quel nemico vince perché si cancella il conflitto reale.

Non ti pare che quel modello videocratico abbia piuttosto a che fare, oggi, con il Partito democratico nell'attuale versione veltroniana?
Direi che è la mimesi su un punto basso: perché si mima addirittura il primo Berlusconi politico, quello della "scesa in campo". In buona sostanza quel progetto è l'adeguamento dell'innovazione berlusconiana, intanto assunta come il terreno su cui confrontarsi.

Non sta proprio qui, nell'egemonia bipartitica d'un modello che al cuore ha quella tendenza alla riduzione della democrazia, il rischio vero di queste elezioni? E non sarà, invece, proprio l'obiettivo dei Professori del Corsera ma anche, come si dice, di Repubblica?
Il progetto politico è indubbiamente la semplificazione dall'alto e quindi intrinsecamente autoritaria del quadro politico: la semplificazione brutale, realizzata grazie alla rimozione dell'articolazione sociale e delle sue contraddizioni. E' un'operazione non molto diversa, se si vuole più autoritaria, da quel che è stato fatto negli Anni 70 coi governi d'unità nazionale: di fronte ad una società tumultuosa e non più rappresentata nelle sue diverse componenti, il quadro politico si unificò blindandosi e producendo una serie di disastri, tra cui il craxismo. Adesso c'è questo nuovo progetto di sostituzione d'un quadro politico virtuale, giocato sull'afasia della società, sui problemi reali di estrinsecazione del conflitto, sulla frammentazione drammatica del mondo del lavoro. La lotta di classe può essere così esorcizzata perché è sempre più difficile identificare le classi: a partire dal lavoro, in estrema difficoltà a rappresentare come soggettività la propria realtà corporea.

Se ne parlava nell'intervista a Mario Tronti: proprio il lavoro operaio sembra più che mai imprigionato nella forma economica, per dirla con Marx...
Proprio per questo non basta evocare la capacità del lavoro di costituirsi in soggettività antagonistica, per arrestare il processo. Il lavoro resta inerte, resta fattore produttivo sempre più incorporato al capitale, ma privo di capacità di protagonismo sociale, di costituirsi in soggetto del conflitto. Si può irridere alla lotta di classe perché questa effettivamente non c'è, da parte dalla classe dominata. Siamo a ridosso d'una sconfitta storica che non è soltanto sconfitta politica.

E infatti il filo che stiamo cercando di seguire in queste interviste è lo "stato delle cose" dietro il discorso politico, la condizione reale dei corpi del conflitto e dei conflitti, in una situazione di crisi che ora si fa di sistema.
E' esattamente questo il punto da cui ripartire per ripensare una possibile sinistra. Qual è, però, il rapporto con quel che dicevamo all'inizio sull'operazione di irrisione che ha a che fare con un nervo scoperto? Cioè con una preoccupazione per una crisi globale? E' la possibilità che il forarsi della bolla calda dell'iperconsumo rimetta in gioco la capacità di parola del lavoro. Dentro l'offuscamento della soggettività del lavoro c'è stata la crisi della soggettività materiale ma anche lo spostamento del baricentro del sistema dalla produzione al consumo. Il turbocapitalismo si è concentrato su questa capacità di consumo come motore dell'accumulazione, dando per scontata la capacità produttiva del lavoro. Inducendo l'immaginario sociale a considerare il consumo luogo dell'identità. Fino alla valorizzazione del consumo rispetto al risparmio, anche come meccanismo di composizione delle classi dirigenti, persino esteticamente involgarite. Una parte di recessione ora rischia davvero di forare quella bolla e di rimettere in moto meccanismi di identificazione sociale collettiva di figure della produzione.

Un'anticipazione della crisi "da limite" della globalizzazione e una prima identificazione sociale collettiva, come tu dici, dei soggetti della produzione della ricchezza e del conflitto sociale, non sono state forse rappresentate già dal movimento globale, mass-mediaticamente conosciuto come "no global", a partire dalla battaglia di Seattle?
Certo. Anche se collocherei il movimento, da Seattle a Genova, dentro la fase della globalizzazione morbida, ancora all'insegna dell'idea di sviluppo. Poi è stato "bastonato" nella fase della globalizzazione hard , che aveva come vettore la guerra e come chiave la consapevolezza dei limiti dello sviluppo, da forzare coi corpi contundenti usati dai residui degli Stati nazionali. La recessione adesso può innescare, badiamo, una terza fase: quella della globalizzazione repressiva. Che non si alimenta più di alcun elemento di ottimismo ma di cupo pessimismo, da struggle for life . Questo mette in discussione una parte dei dispositivi di controllo del neoliberismo, può determinare spinte all'unificazione del blocco delle classi dirigenti e quindi la riduzione dall'alto della complessità politica come condizione di governo d'un sociale incandescente. Dentro tutto questo si spiegano credo le operazioni come quella del Corriere della Sera , che sono un abbandono del liberalismo rispetto alle peggiori derive attuali del neoliberismo. D'altra parte, che i liberal-conservatori tradiscano il liberalismo democratico è una regola triste del nostro Paese. Una cosa interessante dell'articolo di Sartori è che fa l'elogio della socialdemocrazia, che è il ritorno alla forma di conciliazione del conflitto che la parte più dinamica del liberalismo aveva accettato: ma lo fa nel momento in cui il Pd di Veltroni liquida proprio la socialdemocrazia e raccoglie le bandiere mai lasciate cadere dall'imprenditoria alla Calearo. Che non è nemmeno lontanissimamente compatibile con un'opzione socialdemocratica, come non lo è lo stesso Colaninno. Puoi mettere loro vicini in lista tutti gli operai che vuoi, ma non li convincerai mai ad una politica redistributiva. Così tutto questo discorso ha il suono dell'esorcismo: che può riuscire solo se la nostra sinistra non prende atto che le vecchie ricette non funzionano. Perché se la socialdemocrazia è stata abbandonata da Veltroni, non è che per questo può diventare il modello della sinistra alternativa: semplicemente, non funziona più.

Torno all'esperienza del movimento globale: a proposito di crisi dei modelli politici e di nuova crisi globale, non viene da lì anche alla sinistra una sorta di prima cassetta degli attrezzi per affrontarle?
La tragedia, mi sembra, è che questa Sinistra Arcobaleno su quella cassetta ci si è seduta sopra, invece di aprirla e di usarne gli strumenti. Questo bisogna cominciare a fare, a partire dalla consapevolezza della fine del turbocapitalismo, del consumo smodato, che dovrebbe aprire la porta ad una riflessione su che fare d'una società in in mondo dotato di rigidi limiti. Una seria critica dello sviluppismo e quindi anche delle ottimistiche ipotesi di politica redistributiva in situazioni di sviluppo. La presa d'atto che quell'era è finita, da parte della sinistra in realtà non c'è. Da parte di Veltroni c'è l'illusionistica predica delle magnifiche sorti e progressiva, un'operazione appunto da Berlusconi nell'epoca della discesa in campo...

E mentre lo stesso Berlusconi mette avanti Tremonti, con una visione realistica della crisi della globalizzazione...
E' uno choc , quello che si prova nell'immagine d'una destra berlusconiana realista e d'un centrosinistra veltroniano illusionista. Ma è proprio così. E così, per quel che ci riguarda, davanti a un Pd che gioca sulla pura retorica della comunicazione, senza calcolarne le conseguenze quando l'illusione si scontrerà con la realtà, c'è una sinistra che non è culturalmente attrezzata né alla crisi né alla fine dell'ipotesi di alleanza con la ex-sinistra socialdemocratica. Bisogna sapere che non c'è solo da gestire la rabbia sociale - ché anzi è più probabile lo faccia la destra - ma da proporre un cambio di stile di vita, reso necessario dalla nuova realtà: misurarsi concretamente con il problema chiamato da Latouche "decrescita", dolce quanto si vuole, affrontandolo attraverso gli strumenti della coesione sociale. Tutto questo mi pare molto lontano dal dibattito con cui le diverse anime dell'Arcobaleno sono confluite nel processo elettorale: ma proprio questi sono i problemi a venire.

 22/03/2008

  

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