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Giovinezza, giovinezza...

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di Giuseppe Aragno - Fuoriregistro 24 feb 2008

Roma ebbe timore delle sottigliezze dialettiche e diffidò delle speculazioni teoriche e dogmatiche. Cicerone, che fissò le basi della filosofia romana, tradusse e rielaborò il pensiero greco, ma approdò ad una concezione della ricerca del sapere, intesa come strumento di crescita di una società formata da individui capaci di vivere in armonia con le proprie inclinazioni naturali, ordinate razionalmente a vantaggio della comunità. Platone, Aristotele, Epicuro, gli stoici, non erano assenti, ma volavano meno alto, piegati e modificati al fine politico della formazione della classe dirigente; il "saggio" romano è tale, in quanto capace di compiere il proprio dovere morale prendendo parte al vita e alla direzione della cosa pubblica. Saggio, in quanto membro consapevole d'una realtà collettiva, sociale e politica, regolata dalla ragione.
Sottile nella logica, ma realista e tendenzialmente incline al pragmatismo, la cultura romana conosce le speculazioni metafisiche ma si orienta verso un pensiero filosofico capace di creare le basi concrete su cui fondare una concezione razionale e pratica dell'esistenza umana e, di conseguenza un'attitudine a dare alla politica la funzione - questa sì filosofica - di primato sull'economia e di "governo" dei fatti, intesi come processo storico in corso e, quindi, al di là di ogni dogmatismo, di scienza della razionalità dell'uomo. Politica come sola rivolta possibile contro il fato incombente e, quindi, contro l'esistente. In questo senso, la saggezza dei vecchi, riconosciuta e onorata nella vita sociale e politica, trova legittima collocazione nel Senato, l'assemblea degli "anziani" che hanno fatto almeno dieci anni di servizio militare, ricoperto tutte le cariche pubbliche e superata la soglia dei 43 anni, che, per le aspettative di vita dei romani sono un'età di tutto rispetto.

Walter Veltroni, che ha levato la bandiera del "nuovo", intende governare Roma contro la razionalità di Roma. Fa politica dalla nascita, è per la pace armata, difesa romanamente con la guerra, ma non ha fatto i canonici dieci anni in Iraq e Kosovo; "armiamoci e andate" direbbero i maligni, ma è certo: nel senato romano non potrebbe entrare. E non è tutto. A dar retta alla sua "scienza nova", Giovanni Giolitti non avrebbe segnato la nostra storia: l'avremmo mandato a casa prima della grande stagione riformista per superati limiti di militanza parlamentare. Veltroni non lo sa - lui è bravo soprattutto nell'adottare slogan pubblicitari coniati da altri: We can, I care - ma fu per un ragionamento più o meno uguale al suo che Guglielmo II di Germania licenziò in tronco il vecchio Bismark e aprì la politica "nuova" del suo Reich: quella che ebbe poi un ruolo decisivo nel provocare lo scoppio del primo conflitto mondiale. In nome del "nuovo" verbo di Veltroni, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, il regno di sua maestà britannica avrebbe dovuto pensionare Winston Churchill per ragioni anagrafiche e per la troppo lunga presenza in Parlamento: il nuovo in quegli anni era rappresentato certamente meglio dai ben più giovani dittatori fascisti, che avevano dalla loro anche il vantaggio della minore esperienza parlamentare. Bene. Senza il vecchio Churchill, l'Inghilterra avrebbe con tutta probabilità perso la guerra e, in questo caso, non ci sono dubbi: avremmo finalmente avuto un "ordine nuovo". Grazie a Veltroni, canteremmo tutti allegramente una bella canzone: Giovinezza, giovinezza...

  

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