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Il 'merito' di Ichino

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di Domenico Moro - AprileOnLine, 21 febbraio 2008

La Nokia ha recentemente deciso di spostare la sua produzione tedesca di cellulari in Romania, sebbene la produttività tedesca sia quasi cinque volte quella romena, quasi 50 dollari all'ora contro circa 12. E' evidente la contraddizione tra questi fatti e la richiesta che Ichino, con un ampio fronte confindustriale, porta avanti, dalle pagine dei maggiori quotidiani, di legare la retribuzione alla produttività, allo scopo di risolvere i problemi dell'economia e dei lavoratori italiani. Infatti, alla luce delle sue argomentazioni, la decisione della Nokia risulterebbe irrazionale. Ma così non è e, invece, il caso della Nokia dice molto sui meccanismi reali di funzionamento delle imprese.

Ma andiamo per ordine. Innanzi tutto, l'obiettivo del capitale non è la produttività in sé, ma l'aumento dei profitti. Infatti, la produttività non è altro che il valore monetario prodotto in un'ora dal singolo lavoratore. Il profitto, invece, essendo la differenza tra tutti i costi di produzione - compreso il salario dei lavoratori - ed il prezzo di vendita del prodotto, è quello che veramente importa ai fini del bilancio aziendale. Se la Nokia, quindi, sposta la produzione in Romania è perché lì i profitti risultano più alti, dal momento che i salari orari sono più bassi, per l'esattezza 4 euro contro i 28 della Germania, compensando così ampiamente la minore produttività oraria. Ciò che interessa veramente alle aziende non è la produttività oraria del lavoratore, bensì il rapporto tra salario e valore del lavoro complessivo erogato. Inoltre, esiste una produttività oraria ed una produttività assoluta, che deriva dalla lunghezza della giornata lavorativa, che, per l'appunto, è in Italia, anche per il ricorso massiccio agli straordinari, più lunga che nel Nord Europa: 225 ore l'anno più dei tedeschi. Invece, la produttività oraria dipende da due fattori: l'intensità (i ritmi) e la forza produttiva del lavoro. L'aumento della prima è più facile da ottenere, in tempi di facile ricattabilità dei lavoratori. La seconda richiede elevati investimenti in ricerca e sviluppo, che si traducono in processi lavorativi più efficienti, ma anche in prodotti migliori o innovativi. Cose che costano, e per questo in Italia si è preferito fare maggiore affidamento su salari bassi, straordinari e aumento dei ritmi di lavoro. In questo modo, le quote di mercato delle imprese italiane sui mercati internazionali si sono ridotte, ma, in compenso, i profitti sono cresciuti, visto che i salari relativi si sono ridotti, ampliandosi il divario relativo tra i salari ed i profitti.

La reintroduzione, propugnata da Ichino, del salario a "cottimo", proporzionale alla quantità di beni prodotti si inserisce in questa radicata tendenza. Il cottimo, infatti, non è altro che la forma di salario più adeguata agli interessi dell'impresa, adeguata cioè ad aumentare l'intensità del lavoro ed il suo sfruttamento, rendendo, in sovrappiù, superfluo il controllo sul lavoro operaio da parte dell'impresa. Sarebbe il lavoratore a stesso a controllarsi da solo, nel tentativo di raggiungere un livello adeguato di salario, che comunque tenderebbe a crollare, perché la moltiplicazione della tensione lavorativa applicata alla produzione renderebbe superfluo l'ingresso di nuovi lavoratori e, quindi, aumenterebbe i disoccupati ed i sottoccupati, con il conseguente aumento della pressione sul mercato del lavoro e sui livelli salariali. Legare il salario alla produzione vuol dire aumentare la produttività diminuendo i salari, anziché innovando prodotti e metodi di produzione. Inoltre, per molte mansioni, non manifatturiere e legate ai servizi, specie quelli alla persona, non è possibile definire "quantitativamente" la produttività. Il "merito" risulta così definibile solo "soggettivamente", cioè secondo il punto di vista dell'azienda.

La polemica di Ichino (che non dimentichiamolo ha appena sciolto positivamente il nodo della sua candidatura nelle liste del  partito democratico), negando che il rapporto tra salario e profitto deriva da rapporti di forza tra classi sociali, si inserisce nell'attacco alla contrattazione collettiva nazionale. Non a caso, il presidente di Federmeccanica, Calearo, ha rivendicato, insieme all'aumento della produttività, il fatto che "Il contratto nazionale deve essere solo una salvaguardia minima". Una risposta adeguata ai tempi sarebbe l'estensione della contrattazione salariale all'ambito europeo, che potrebbe essere favorita anche dalla recente tendenza all'aumento dei salari nominali e reali nell'Europa dell'est.

  

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