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Spedizione punitiva della polizia contro un rom e la sua bambina

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Rebecca Covaciu
è stata insignita del
Premio Unicef 2008

di Laura Eduati - Liberazione, 22 giugno 2008

Picchiato a sangue da quattro agenti, davanti alla baracca dove viveva
Due giorni prima era stata picchiata sua figlia dodicenne, e lui aveva osato protestare


Un rumeno di etnia rom, Stelian Covaciu, è stato picchiato a sangue da quattro agenti della polizia. E' accaduto nella tarda serata di giovedì, accanto alla baracca dove vivono Stelian e la sua famiglia, a pochi passi da piazza Tirana, Milano. Soltanto martedì scorso la figlia di Stelian, Rebecca Covaciu, 12 anni, era stata aggredita da due agenti in borghese che poi avevano spintonato il padre e dato sberle al fratellino quattordicenne Jon urlando: «Zingari di merda, se non ve ne andate vi ammazziamo e distruggiamo tutto».

Dopo il pestaggio di venerdì Stelian, 40 anni, missionario evangelico pentecostale, è stato ricoverato all'ospedale San Paolo dove gli hanno riscontrato un trauma cranico e segni di forti percosse. E' stato dimesso ieri con una prognosi di sei giorni. La polizia lo ha interrogato ma Stelian non ha voluto sporgere denuncia: teme di venire espulso in quanto non ha ancora trovato una occupazione. Gli agenti che l'hanno accompagnato in ospedale a bordo dell'ambulanza gli hanno detto: «A noi puoi raccontare la verità».

La verità esce dalla bocca di Rebecca, la figlia dodicenne di Stelian. Rebecca è una bimba prodigio. Dipinge su tela e illustra la sua vita nelle baracche, tra topi e immondizia. I suoi disegni sono stati esposti e poi acquisiti in permanenza dall'Archivio storico di Napoli  (
link 1 - link 2 ) per la Giornata della Memoria del 2008. Per le sue doti artistiche, Rebecca ha ricevuto il premio Unicef 2008. E venerdì sera da quelle due volanti ha visto scendere anche uno dei due uomini che l'avevano aggredita martedì.



Milano, pochi giorni prima avevano malmenato anche la figlia.
La Questura nega l'aggressione

«La polizia mi ha picchiato a sangue»
Un rom accusa quattro agenti

Laura Eduati
Un uomo sui 35 anni, con gli occhiali, che avrebbe chiesto alla madre Gina: «Mi riconosci?». E lei, per paura, ha negato. Poi l'uomo si è rivolto al capofamiglia Stelian: «Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere», poiché dopo l'aggressione alla figlia, Stelian aveva immediatamente contattato l'associazione di cui fa parte, la Everyone, che ha diramato un comunicato urgente a tutti i mezzi di informazione.
A quel punto i quattro agenti si sarebbero infilati i guanti, e Rebecca quei guanti li ha riconosciuti: erano gli stessi che i suoi aggressori avevano indossato prima di perquisirla e picchiarla. Gina, 37 anni, ha visto che il marito Stelian veniva trascinato dietro la baracca mentre Rebecca e il fratellino Jon si erano rintanati dentro le mura di cartone, terrorizzati. A quel punto gli agenti lo avrebbero picchiato selvaggiamente. «Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora peggiori», hanno detto i poliziotti prima di andarsene. Quando è arrivata l'ambulanza Stelian non riusciva a parlare, in evidente stato di choc.

Gina è riuscita a prendere il numero di targa di una delle due volanti. Eccolo: E5228. Poiché la baracca dei Covaciu sorge isolata nei pressi della stazione San Cristoforo, nessuno al di fuori della famiglia ha potuto assistere al pestaggio. Ma una ventina di rom che si trovavano in piazza Tirana quella sera ricordano perfettamente di aver visto due volanti della polizia dirigersi verso la dimora dei Covaciu.
La Questura di Milano nega che Stelian sia stato picchiato e ricostruisce l'episodio dicendo che effettivamente nella serata di venerdì degli agenti della Polizia Ferroviaria si sono diretti dai Covaciu per allontanarli dalla baracca «vincendo le iniziali resistenze dell'uomo» con metodi che però hanno evitato «conflitto e tensioni». Non finisce qui: la Questura promette di accertare eventuali ipotesi di reato. La Procura di Milano ha avviato una indagine.

La famiglia Covaciu ha lasciato la Romania due anni orsono. La città di origine si chiama Arad. Si sono trasferiti a Milano, andando ad occupare baracche abusive che via via le forze dell'ordine facevano sgomberare. Pochi mesi fa avevano deciso di cambiare aria, si sono stabiliti a Napoli, ma dopo il rogo del campo rom di Ponticelli hanno avuto paura delle e sono tornati a Milano.

Da poche settimane il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha dato il via alla schedatura dei rom e dei sinti presenti sul territorio milanese nei campi regolari e abusivi.
La schedatura avrà come risultato la distinzione tra persone con i documenti in regola per il soggiorno, e persone che non potranno rimanere in Italia e che per questo verranno allontanate o espulse. Ciò sta accadendo anche a Roma e Napoli, dove a bambini e adulti le forze dell'ordine stanno prendendo le impronte digitali. Allo stesso tempo continuano gli sgomberi delle baracche abusive.
Non si contano, ormai, le associazioni e gli organismi internazionali che denunciano il clima di razzismo e xenofobia nei confronti degli stranieri e specialmente nei confronti dei rom. Se dei poliziotti picchiano a sangue un rom durante una operazione di sgombero, significa che si sta diffondendo una sorta di impunità. Se un deputato leghista come Matteo Salvini paragona gli zingari ai topi senza che nessuno muova un ciglio, non sorprende che qualche poliziotto razzista si senta nel diritto di agire in modo violento e crudele, anche nei confronti di una bambina di appena dodici anni, perquisita in malomodo alla stazione San Cristoforo di Milano e poi presa a schiaffi in una sala d'aspetto mentre un capostazione, attirato dalla urla, cerca di interrompere la perquisizione brutale. Non possiamo scaricare sull'intera Polizia la responsabilità dell'episodio. Ecco perché chiediamo al capo della polizia Giorgio Manganelli, al ministro dell'Interno Roberto Maroni e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di fare luce su quello che è accaduto a Stelian e Rebecca. Non si tratta soltanto di fare giustizia e di condannare gli agenti implicati, ma anche di scrollarci di dosso l'etichetta di Paese razzista.
Un'etichetta che ci fa orrore.

22/06/2008

  

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